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Il popolamento preistorico del Piemonte

2018-11-09-MAC-Arzarello.

Venerdì 9 Novembre alle ore 17.30 appuntamento al MAC – Museo Archeologico della Città di Vercelli “Luigi Bruzza”, per la conferenza “Il popolamento preistorico del Piemonte, una storia lunga 300.000 anni”.

Relatrice sarà la professoressa Marta Arzarello, docente di Archeologia presso l’Università degli studi di Ferrara. La professoressa Arzarello ci introdurrà ad un tema solo di recente oggetto di studi sistematici: il popolamento preistorico del Piemonte. A questo proposito proprio la provincia di Vercelli è l’unica in cui la presenza dell’uomo sia stata documentata ed accertata grazie a studi interdisciplinari che ormai durano da una decina di anni. Nel comune di Borgosesia, ad esempio, sul Monte Fenera, nella Grotta della Ciota Ciara, sono state rinvenute le evidenze di un’occupazione preistorica molto antica che ci permette di definire come un’area considerata spesso inadatta per le popolazioni preistoriche sia, in realtà, stata occupata sistematicamente da tempi molto antichi. La conferenza ripercorrerà le principali tappe dell’evoluzione umana e si focalizzerà sui più recenti rinvenimenti del territorio vercellese.

Marta Arzarello, archeologa e docente presso l’Università di Ferrara, ha da sempre orientato i suoi studi sulla preistoria e sulla paleontologia umana. Dirige i lavori di scavo presso i siti del complesso del Monfenera (Ciota Ciara e Belvedere Riparo) e dal 2015 è Vice Segretario dell’UISPP (Unione internazionale delle scienze preistoriche e protostoriche). È autrice di numerosi saggi e articoli di archeologia preistorica e sulla metodologia della ricerca archeologica e dello scavo. Ha collaborato con prestigiose Università in Italia e all’estero dalla Francia alla Spagna, dal Marocco alle Filippine.

Il MAC – Museo Archeologico della Città di Vercelli “Luigi Bruzza”, allestito nella manica medievale del complesso di Santa Chiara, con ingresso in corso Libertà 300 e in via Farini 5, è uno spazio multimediale in cui la città antica viene descritta attraverso un percorso cronologico – tematico, organizzato in sette sale che seguono un filo che va dalla trasformazione del villaggio dei Libui alla città romana. Dal II secolo a.C. al IV secolo d.C. si approfondiscono i molteplici aspetti del municipium di Vercellae: le mura, gli spazi pubblici come le terme e l’anfiteatro, le dimore private e le necropoli. Sono gli oltre 600 reperti esposti a raccontare la storia della città antica:  ceramiche, vetri, monete in oro, argento e bronzo, cornici e decori in marmo tra cui alcuni di eccezionale rarità e valore, come il soffitto e gli intonaci della domus del Brut Fund, restituitici dopo lunghi e complessi restauri; i vetri dei corredi funerari, tra cui un rarissimo bicchiere verde a triplice testa femminile; la tomba di una donna i cui gioielli sembrano indicare il ruolo di maga all’interno della comunità. Il suggestivo corridoio introduce, con reperti significativi, la tematica di ogni sala. La scelta dell’apparato didattico multimediale permette l’immediata percezione di reperti non esposti, come la famosa “Stele bilingue” conservata al Museo Leone, realtà museale con cui il MAC vive in simbiosi.

L’ingresso alla conferenza è libero fino ad esaurimento posti. Per info. 0161. 649306 oppure macvercelli@gmail.com.

https://www.facebook.com/MACVercelli2016/

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Il teatro romano di Augusta Bagiennorum

Augusta Bagiennorum, presentazione del libro.

Domenica 30 ottobre 2016, alle ore 16
Palazzo Lucerna, già Oreglia di Novello
Bene Vagienna (CN), via Roma 125

Eduardo Rulli e Massimo Limoncelli presenteranno il volume:

Il teatro romano di Augusta Bagiennorum. Dallo studio dei resti all’ipotesi ricostruttiva del progetto architettonico

Anteprima della visita virtuale del teatro (dal DVD allegato, a risoluzione ridotta, visibile con browser Firefox e Safari).

Il Piemonte romano ha conservato i segni manifesti della grandiosità del programma edilizio avviato dall’impero di Augusto in numerose città di nuova fondazione. La mole del progetto di un teatro e di un anfiteatro ha richiesto l’impiego di materiale, tecnologia e risorse artistiche, nel cantiere antico, in quantità tali da conservarne nei secoli le testimonianze più eclatanti. E ha inciso a tal punto sul disegno delle città che, nonostante la spoliazione dei marmi decorativi e dei materiali da costruzione, se ne riconoscono talvolta i tratti nelle stratificazioni delle epoche successive.
Giuseppe Assandria e Giovanni Vacchetta avviarono gli scavi nella piana della Roncaglia, frazione poco lontana dal centro della città di Bene Vagienna, a partire dal 1892 e portarono alla luce i resti di Augusta Bagiennorum, ponendo fine alle controversie sull’esatta ubicazione della città romana e della cui esistenza si erano formulate ipotesi fin dalla metà del Settecento. Nel 1894 individuarono i resti del teatro che Vacchetta immaginò e disegnò con la stessa enfasi con cui la cultura ottocentesca ritraeva la romanità classica.
Gli scavi e i restauri ripresi a partire dagli anni cinquanta del Novecento dalla Soprintendenza alle Antichità del Piemonte mirarono a consolidare le sostruzioni della cavea e a riqualificare l’edificio scenico con un moderno palcoscenico ligneo e l’installazione di finti portali in cemento a imitazione di quelli in marmo lunense, oggi conservati nel locale museo archeologico insieme ai frammenti della decorazione architettonica scolpita nelle pietre tra le più belle e pregiate dell’Antichità .
In anni recenti, le nuove indagini della Soprintendenza e la collaborazione iniziata con l’allora funzionario responsabile dell’area archeologica Maria Cristina Preacco hanno fornito interessanti risultati sulla provenienza dei materiali che, unitamente ai recenti studi multidisciplinari sulle scaenae frontes dei teatri romani, hanno incoraggiato l’elaborazione di una ipotesi ricostruttiva della scena prima e dell’intero edificio poi. Questo volume vuole dare continuità a un progetto di Maria Cristina, dedicato alla restituzione dei singoli monumenti che verosimilmente qualificarono Augusta Bagiennorum.
Ci si è avvalsi delle tecniche grafiche proprie della progettazione architettonica nell’intento di ricostruire, più che l’edificio, il processo ideativo, nel rispetto delle fonti e della realtà archeologica, consapevoli che gli strumenti tradizionali della rappresentazione architettonica per alcuni versi sembrano avere esaurito la loro funzione comunicativa.